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venerdì 6 luglio 2012

Paolo Scaroni: su quota Snam siamo in fase riflessiva

Paolo Scaroni, interpellato a margine del convegno dei Giovani imprenditori sulla quota in eccesso posseduta da Eni in Snam che deve essere ceduta, ha commentato:
"Siamo in una fase riflessiva, l'operazione e' cosi' recente che dobbiamo studiare quali sono le opzioni migliori. Credo che arriveremo a una strategia nel giro di giugno. Ci diamo ancora una quindicina di giorni".
Per saperne di più sulla vicenda > "Eni cede il 30% meno un'azione di Snam a Cassa Depositi e Prestiti"

venerdì 29 luglio 2011

Paolo Scaroni: nessuna fretta su Snam

Sull'eventuale cessione di Snam Rete Gas l'Eni ''non ha fretta''. Lo ha ribadito l'ad Paolo Scaroni, nel corso di una conference call sui conti del primo semestre.

Tuttavia, ha aggiunto, ''stiamo lavorando su questo progetto e ci aspettiamo di arrivare nei prossimi mesi con qualche idea''. Scaroni ha comunque ricordato che la normativa italiana consente ad Eni di mantenere la controllata che, oltretutto, ''performa bene''.
(ANSA)

sabato 1 maggio 2010

Paolo Scaroni, felici di non avere venduto Snam

Paolo Scaroni, rispondendo alla domanda di un azionista nel corso dell'assemblea, ha detto: "Il fatto di non aver ceduto Snam Rete Gas nel 2005 ci ha generato un utile della partecipazione del 65% negli ultimi quattro anni. Quindi siamo ben felici di non averla venduta".
Ilfuturo "dipende da come il Parlamento italiano vorrà accogliere la terza direttiva in materia di gas dell'Unione Europea che lascia libertà agli Stati membri di scegliere fra l'unbundling proprietario e quello organizzativo, che noi abbiamo già realizzato. La decisione il Parlamento la prenderà nel prossimo anno e seguiremo quello che deciderà", ha spiegato Paolo Scaroni.

domenica 14 marzo 2010

Paolo Scaroni "La diversità dell'Eni rispetto ai big piace al mercato"

Paolo Scaroni è arrivato al vertice di Eni 5 anni fa e,, allora come oggi le pressioni di una parte della comunità finanziaria per cambiare volto alla società accompagnavano la vita dell'azienda. Paolo Scaroni spiega al Sole 24 Ore perchè è convinto delle scelte compiute:

"Le aziende, come le persone, sono il risultato delle cose che fanno e di quelle che non fanno. Quando sono entrato nel gruppo, nel 2005, sapevo poco di petrolio e ho voluto sentire la voce di chi, da tempo, lavorava nel settore. Il concetto che in molti mi presentavano come ricetta vincente era piuttosto semplice: voi siete diversi da Esso, Shell e Total ma questo non funziona, dovete diventare come loro. Sono arrivato all'Eni, tra l'altro, con la fama da semplificatore costruita negli anni di gestione Enel, e ai loro occhi appariva quasi naturale che dovessi vendere Saipem, Snam e tutta l'attività di Gas & Power, e concentrarmi sulla raffinazione. Bene, io non ho fatto nulla di tutto questo. Anzi, ho fatto il contrario: Snam è rimasta, ho investito su Saipem e ho tagliato gli impegni sulla raffinazione. E a cinque anni di distanza posso dire: per fortuna. Saipem ci ha reso il 210%, Snam il 65%, mentre la raffinazione, che per tutti è stato un disastro, per noi è stata solo una piccola catastrofe. Oggi Eni è differente e different is beautiful. È su queste basi che vogliamo costruire il futuro."

martedì 17 febbraio 2009

Scaroni. Il tema Snam Rete Gas è ormai concluso

Paolo Scaroni ha dichiarato che l’affaire Eni- Snam Rete Gas è ormai superato. L’amministratore delegato ha sottolineato che questo governo e il precedente sono più concentrati sulla sicurezza degli approvvigionamenti piuttosto che sulla separazione della rete. La cessione delle due aziende a Snam rete gas secondo Paolo Scaroni consentirà di sviluppare sinergie e di far fiorire il valore dei beni derivanti da business regolati e non per i propri azionisti.

giovedì 24 luglio 2008

Eni: avviata la separazione funzionale per le società gas

Eni ha avviato la separazione funzionale per le società controllate che gestiscono le attività infrastrutturali nel settore gas, come previsto da una delibera dell’Autorità per l’energia.


“Eni ha avviato il processo di attuazione dei principi di separazione funzionale previsti dall'Autorita' per l'energia elettrica e il gas (AEEG). Tale processo - si legge in una nota - riguarda le societa' del gruppo che gestiscono le attivita' infrastrutturali nel settore del gas oggetto di regolazione (trasporto, distribuzione, stoccaggio e GNL) che, a livello organizzativo, sono state separate funzionalmente dalle attivita' di produzione e vendita. Il 27 giugno 2008, su indicazione di Eni, i Consigli di Amministrazione di Snam Rete Gas, Italgas e Stogit hanno individuato nella persona dell'Amministratore delegato il gestore indipendente, previsto dalla delibera 11/07, e deliberato la modifica degli statuti con l'inserimento di clausole relative agli obiettivi di neutralita', non discriminazione ed efficienza nella gestione delle infrastrutture e delle informazioni commercialmente sensibili. Tali modifiche sono gia' state approvate dalle assemblee di Italgas e Stogit il 30 giugno scorso. Il processo proseguira' in coerenza con gli sviluppi del quadro regolatorio in materia e nei i tempi e con le modalita' che saranno indicate dalla stessa AEEG nelle linee guida che verranno pubblicate nei prossimi mesi.”




Leggi l’articolo su “Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale” (03/07/2008)

venerdì 16 maggio 2008

Scaroni: propone una società europea per il gas

Paolo Scaroni ha proposto alla Commissione Europea la creazione di una holding per la gestione delle reti di distribuzione del gas in Europa. In tale società potrebbero confluire le maggiori compagnie del settore: Snam, E.On, Gdf, Suez e Omv.


“L'Eni mette sul tavolo della Commissione Ue il piano per la terza via all'unbundling e propone la creazione di una società delle reti energetiche europee. L'idea di Paolo Scaroni, che ieri ha visto in tutto riserbo la responsabile per la Concorrenza Neelie Kroes, è di aggirare i veti incrociati sullo spacchettamento della distribuzione dalla produzione attraverso la costituzione di una superholding continentale. Nella nuova entità potrebbero confluire, oltre alla Snam, gli altri big del settore, la tedesca E.On/Rhurgas, la francese Gdf/GrtGaz-Cfm, la belga Suez/Fluxys e l'austriaca Omv. Insieme, i cinque pezzi grossi potrebbero gestire un network a controllo prevalente pubblico da 709 mila chilometri e un trasporto annuo di 274 miliardi di metri cubi. Il cane a sei zampe ritiene che il processo di integrazione potrebbe anche essere graduale e portare i risparmi, il coordinamento degli investimenti e le efficienze auspicate da Bruxelles e dagli Stati membri. La signora Kroes risulta essere intrigata dall'idea italiana che, del resto, le toglierebbe parecchie castagne dal fuoco. Su mandato dei Ventisette, Palazzo Berlaymont ha intavolato una coppia di ricette per arrivare all'unbundling funzionale del gas: la prima prevede la separazione totale della proprietà delle reti dalla distribuzione dell'energia; la seconda affida la proprietà a degli operatori indipendenti di sistema (Iso). Nonostante la doppia scelta, l'iniziativa ristagna per l'assenza di un unico approccio europeo e per le differenti esigenze di esportatori (Olanda e Danimarca) e importatori di gas (Francia e Germania). Parigi e Berlino, oltretutto, sono apertamente restie a rinunciare al controllo diretto delle risorse.”



Leggi l’articolo su “La Stampa” (02/05/2008)

venerdì 1 giugno 2007

Scaroni: Snam non si vende

Il Sole 24Ore - 24 Maggio 2007

Durante l’assemblea dei soci, l’amministratore delegato di Eni, ha voluto ribadire l’intenzione di trattenere la Snam rete Gas.

“Mai e poi mai, ma se proprio fosse, allora meglio vendere tutto. L'amministratore delegato Paolo Scaroni dell'Eni ha chiarito, se mai ve ne fosse stato ulteriore necessità, che non ha «nessuna intenzione di vendere Snam rete Gas». Scaroni ha ribadito il concetto rispondendo ad alcune domande in assemblea. Se però «fossimo costretti a farlo», ha aggiunto «dovremmo procedere massimizzando il valore della vendita per i nostri azionisti.”



Leggi l'articolo su “Il Sole 24Ore” (24/05/2007)

giovedì 1 marzo 2007

Bilancio Eni 2006: un anno da record

Chiusura del bilancio relativo all'anno 2006 di Eni in netta ascesa: il gruppo italiano del cane a sei zampe guidato da Paolo Scaroni, è salito quasi del 5% rispetto al 2005, con un utile netto di ben 9,2 miliardi di euro, il che significa un ammontare di ricavi pari a 86,105 miliardi di euro per il 2006 ovvero il 16,8% in più rispetto all'anno precedente. I livelli di produzione di idrocarburi sembrano dirigersi verso una percentuale decisamente interessante, se si pensa che Eni prevede di raggiungere la produzione di 2 milioni di barili al giorno di petrolio, portando così il proprio indice annuale di crescita al 3%.

"Ieri l'ad dell'Eni ha parlato anche di altri temi: innanzi tutto il dividendo, che salirà a 1,25 euro per azione (+13,6%), di cui 60 centesimi già distribuiti come acconto, dopo un bilancio 2006 chiuso con un utile netto record di 9,22 miliardi, in crescita del 4,9% sul 2005. Poi c'è stata una mezza sorpresa: il piano Snam Rete Gas al 2010 consolidato nel bilancio Eni significa che il gruppo ritiene di non dover cedere il controllo fino almeno a quella data, anziché a metà 2008, come precedentemente previsto. Ufficialmente in attesa della creazione di una rete europea del gas, che per ora non sembra suscitare grossi entusiasmi in Germania e soprattutto Francia. Un punto a favore di Scaroni, che così porta a casa un rinvio della dismissione."




Leggi l'articolo su "il Giorno" (24/02/2007)


È stato un anno record - ha commentato l'ad Paolo Scaroni - grazie al continuo miglioramento della nostra performance operativa e ai progressi fatti nell'attuazione della nostra strategia in un mercato favorevole. Sono particolarmente soddisfatto della redditività complessiva conseguita dai nostri azionisti nel 2006, che, al 14,8%, è tra le più alte del settore."



Leggi l'articolo su "la Padania" (24/02/2007)

sabato 17 febbraio 2007

Energia, spezzatino Ue dannoso

Paolo Scaroni boccia la proposta di Bruxelles sulla divisione di proprietà tra gestori e produttori. “Lo spezzatino di Snam Rete Gas oltre a essere inutile e dannoso non risolve i problemi del gas – ha dichiarato a margine di un convegno milanese sulle utilities –. Ho visto con piacere che la direttiva sulla separazione delle reti verrà modificata a seguito della presa di posizione dei ministri inglese (soprattutto), francese e tedesco. Il mercato è cambiato e pensare che la soluzione sia lo spezzettamento di Eni a me sembra illusorio. Bisogna ripensare le politiche concepite quando il gas era copioso, costava poco e se ne consumava meno. C’è bisogno di grandi imprese per dialogare con i big”.

lunedì 4 dicembre 2006

La strategia delle sfide - di Paolo Scaroni

Paolo Scaroni parla dell'Eni di oggi e del futuro, del suo ruolo internazionale e dei suoi successi. L’evoluzione delle scelte e delle innovazioni di Enrico Mattei nelle parole dell’amministratore delegato di Eni.

"Non ho conosciuto Enrico Mattei, se non indirettamente attraverso le testimonianze di quanti hanno vissuto lo sforzo creativo della nascita dell’azienda nel 1953; ma conosco ormai abbastanza bene Eni da avvertire che alcuni brillanti risultati di oggi sono il frutto – plasmato negli anni – di idee e ambizioni che furono proprie dei primi anni della storia dell’azienda. Mi riferisco in particolare a tre straordinari pilastri sui quali il fondatore Eni ha costruito un’impresa e un’idea di impresa straordinariamente moderne e avanzate: l’avvio dell’industria del gas in Italia con almeno un decennio di anticipo rispetto all’Europa, il tentativo di costruire nuovi rapporti di collaborazione con i paesi produttori, la modernizzazione della cultura d’impresa italiana.

Io ritengo – ma non sono il solo – che queste innovazioni abbiano contribuito a cambiare la storia economica dell’Italia e a dotare Eni di un carattere proprio che la differenzia ancora dalla gran parte dei suoi concorrenti. L’intuizione di Mattei di avviare lo sfruttamento del gas italiano prodotto e la metanizzazione del Paese è forse la più importante fra queste, anche se nacque da un “incidente”: l’Agip aveva cercato petrolio in Val Padana, ma aveva trovato il gas.

Per le società petrolifere del tempo, il ritrovamento di gas era considerato una iattura (e lo sarebbe rimasta a lungo) perché di fatto non esisteva un mercato del gas. Basti pensare che in tutta Europa il gas rappresentava meno dell’1% dell’energia complessivamente utilizzata. Mattei – comprendendo le potenzialità del settore – iniziò a posare tubi che portassero il gas ai principali centri di consumo del nord Italia.

La disponibilità di energia a basso costo fu per la rinascente industria italiana un catalizzatore di sviluppo, capace di sostenere il miracolo economico che avrebbe garantito al paese tassi di crescita fra i più alti d’Europa fra il 1957 e il 1962. Alla fine degli anni Cinquanta, l’Italia aveva già una rete di trasporto del gas di 6.000 km, la più estesa al mondo in rapporto al territorio e alla popolazione, la terza in termini assoluti dopo Usa e Urss. Il gas con la cosiddetta “rendita metanifera” rimase per decenni la fonte principale di utili per Eni, consentendo il finanziamento dello sviluppo all’estero anche nelle attività upstream. Da allora e fino alla fine del decennio scorso, Eni ha pienamente realizzato la sua missione di garantire la sicurezza energetica del Paese, dotando l’Italia di uno dei migliori sistemi infrastrutturali del gas al mondo, cosa piuttosto insolita in un paese come il nostro che non spicca certo per la qualità delle infrastrutture.

Ma il panorama è radicalmente cambiato. La liberalizzazione ha tolto a Eni la missione pubblica di garantire la sicurezza dell’approvvigionamento di gas per l’Italia, e il peso delle attività midstream e downstream gas italiane nel portafoglio Eni si è drasticamente ridotto. Oggi quelle attività contribuiscono all’utile operativo Eni per meno del 15% e sono, invece, le attività internazionali della compagnia a finanziare la crescita. Nondimeno, lo stimolo del modello offerto da Mattei consiste nel trasferire su scala globale i successi realizzati in campo nazionale, con la riproposizione di grandi progetti integrati in paesi dotati di riserve ma privi delle risorse necessarie a svilupparle e in nuovi mercati a elevato potenziale di crescita ma carenti di capacità infrastrutturale. Questo non vuol dire che l’Italia non sia più importante per noi. Ma soprattutto non significa che noi non siamo più importanti per l’Italia. Al contrario, continuo a credere fermamente che Eni sia forse il solo soggetto italiano in grado di confrontarsi alla pari con i grandi paesi produttori. E un rapporto di collaborazione paritaria con i paesi fornitori di gas è e sarà cruciale per garantire all’Italia approvvigionamenti certi a prezzi competitivi. Anche il secondo importante pilastro dell’eredità di Mattei nasce in realtà da una condizione di svantaggio. L’Italia era un paese povero di risorse energetiche e relegato a un ruolo marginale sul piano internazionale. Il mondo del petrolio era dominato da sette grandi società petrolifere an-glo-americane – le cosiddette “Sette Sorelle” – che avevano di fatto il monopolio delle forniture di greggio all’Europa occidentale. Per ottenere il suo “posto al sole” in un panorama di spazi molto limitati, Mattei propose un nuovo sistema di relazioni contrattuali con i paesi produttori. Tale sistema garantiva a questi ultimi sia una maggiore partecipazione ai profitti dalla produzione petrolifera, sia il coinvolgimento paritario nella guida delle attività di estrazione e commercializzazione del greggio: innovazioni radicali rispetto agli equilibri su cui poggiava il potere delle “Sette Sorelle”.

La fine prematura della vicenda umana di Mattei non gli consentì di raggiungere i risultati sperati. Nel 1962, alla morte di Mattei, Eni produceva meno di 160.000 boe/giorno di idrocarburi, di cui 120.000 erano costituiti dal gas prodotto in Italia. All’estero erano attivi soltanto 18 pozzi petroliferi. Mattei riuscì comunque a seminare il terreno sul quale Eni negli anni successivi ha costruito non solo la sua reputazione unica di impresa comunque “diversa”, ma è riuscita a espandersi decennio dopo decennio fino a diventare la sesta compagnia petrolifera mondiale. A inizio 2006, Eni produce oltre 1,8 milioni di barili giorno in oltre 20 paesi e ha costruito solide basi nelle aree produttive a maggiore potenziale di crescita al mondo. Ma oggi, come ieri, la “formula Mattei”, intesa come la capacità di uscire fuori dagli schemi e immaginare soluzioni innovative per cooperare con i paesi produttori, è la vera sfida per Eni e per tutta l’industria petrolifera. In un contesto di accesa competizione, in cui le imprese petrolifere internazionali possono accedere a meno del 20% delle riserve provate di idrocarburi, è necessario tornare all’approccio di Mattei per allacciare nuovi rapporti con i paesi produttori. Ancora una volta, Eni seguirà la strada della collaborazione e della comprensione, cercando soluzioni innovative che vadano incontro alle necessità del paese produttore, pur perseguendo al contempo i propri obiettivi di business. In quest’ottica rientrano i grandi progetti integrati lungo la filiera oil&gas – dalla produzione, al trattamento e trasporto, fino agli impieghi finali a scopi industriali – che consentono l’accesso alle riserve di idrocarburi così come lo sviluppo industriale del paese produttore. La conduzione di tali progetti farà leva sulla disponibilità di un unicum di competenze ingegneristiche e tecnologiche che rappresenta un importante vantaggio competitivo per Eni rispetto ai suoi concorrenti. Un vantaggio che trae le sue origini proprio nel disegno concepito da Mattei di dotare Eni di capacità tecniche di eccellenza al servizio delle attività petrolifere, attraverso le società Saipem e Snamprogetti. Il terzo grande pilastro della creazione di Mattei ha un carattere più filosofico e metodologico, poiché riguarda lo spirito di modernità con cui egli seppe interpretare il concetto di impresa, uscendo ancora una volta al di fuori di schemi precostituiti e conosciuti. Tanto per cominciare, Mattei disegnò la struttura organizzativa Eni secondo i più moderni precetti della scienza organizzativa sviluppati negli Stati Uniti, e a tal fine si rivolse al miglior esperto dell’epoca (la società Booz Allen). Nel formare la sua squadra, Mattei volle le intelligenze più brillanti dell’epoca e non ebbe timore di affidare incarichi di responsabilità ai giovani. Mattei promosse anche una serie di interventi architettonici assolutamente innovativi, come il centro direzionale di Metanopoli e il palazzo Eni a Roma, affidandosi ai migliori esperti di architettura dell’epoca.

Non solo. Egli dedicò molta attenzione alla formazione specialistica del personale e creò nel 1957 la Scuola Superiore per gli Idrocarburi che, a partire dal 1969, prese il suo nome. Molti dei ragazzi stranieri, che hanno frequentato la scuola nel corso degli anni, hanno assunto ruoli importanti nei paesi di provenienza e mantenuto solide relazioni di collaborazione con Eni. Ancora oggi la società continua ad attribuire una grande importanza allo sviluppo sia delle competenze e conoscenze tecniche dei suoi professionisti sia dell’attitudine a lavorare in contesti culturali internazionali. Naturalmente, in oltre cinquant’anni di storia il contesto di riferimento è totalmente cambiato: sono cambiati l’Italia, il mondo, i concorrenti, i temi geopolitici, le logiche di business. Soprattutto è cambiata Eni, allora ente di Stato nella sua infanzia, finanziato dal denaro pubblico, oggi una delle più grandi società petrolifere al mondo, quotata alle borse di Milano e New York. Sarebbe ingenuo riproporre lo stile di Mattei e affrontare le sfide di oggi come lui fece con quelle del passato. La vera eredità che Mattei ci lascia, quindi, è il messaggio, la lungimiranza, la capacità di affrontare i problemi e anche le sconfitte in modo innovativo, la volontà di compiere scelte audaci per costruire il futuro. E su questo messaggio – tuttora presente nel patrimonio genetico Eni vale la pena di investire ancora per alimentare con nuova linfa lo sviluppo di domani".

Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni

mercoledì 13 settembre 2006

Discorso di Paolo Scaroni al Terzo Seminario Internazionale OPEC

Paolo Scaroni interviene al Terzo Seminario Internazionale dell'OPEC, Organization of the Petroleum Exporting Countries

Non è la scarsità di riserve di oro nero a mettere sotto pressione gli approvvigionamenti mondiali di petrolio, ma la mancanza di investimenti in tecnologia a cavallo degli anni ’90 che ha ridotto la capacità di produzione e raffinazione dell’industria energetica.

Secondo Paolo Scaroni, Amministratore Delegato di Eni, “vi sono diverse ragioni per credere che le preoccupazioni sull’approvvigionamento globale di petrolio saranno superate nei prossimi anni”.

"Buon pomeriggio Vostre Eccellenze, Onorevoli Ministri, Egregi Delegati.

Desidero ringraziarvi per avermi invitato a rivolgermi a questo illustre pubblico.

Durante l’ultimo Forum Internazionale sull’Energia a Doha abbiamo discusso sulla tematica dell’“Accesso all’energia”. Ci siamo resi conto che non esistono soluzioni semplici su questo argomento e abbiamo richiesto un approccio basato sulla collaborazione tra IOC (Compagnie petrolifere internazionali, ndt) e NOC (Compagnie petrolifere nazionali, ndt).

Oggi vorrei illustrarvi il mio punto di vista su altre tematiche che riguardano tutti noi, ovvero:

  • La garanzia dell'approvvigionamento e la stabilità del mercato.
  • Il pressante bisogno di investimenti consistenti nella catena del valore del petrolio.

Infine spiegherò come potremmo realizzare un’importante piattaforma di cooperazione per affrontare queste difficili sfide.

Per quanto concerne il primo punto, vorrei innanzitutto rendere chiaro il fatto che la sicurezza di approvvigionamento non viene minacciata dalla scarsità degli idrocarburi.

Il mondo non sta terminando le riserve di petrolio, come alcuni profetizzano drasticamente. Al contrario, grazie alla tecnologia, al miglioramento dei processi di recupero, alle esplorazioni con esiti positivi e ai cambiamenti dei presupposti relativi alla politica dei prezzi, la stima delle risorse recuperabili a livello mondiale è cresciuta nel tempo – da appena 600 mld di barili negli anni ’40, ai 2.000 mld di barili degli anni ’70, fino ad arrivare alle recenti stime dell’US Geological Survey (USGS), che delineano un range delle risorse recuperabili tra 3.300 e 3.900 mld di barili.

Inoltre l’U.S. Geological Survey ha stimato che le riserve tecnicamente recuperabili di olio non convenzionale, vale a dire olio pesante e bitume naturale, situati prevalentemente in Canada, Venezuela e Russia, eguagliano le riserve mondiali accertate di olio convenzionale.

Pertanto le riserve recuperabili totali ammontano a quasi 5.000 mld di barili, per una durata superiore ai 100 anni.

Il senso di insicurezza ampiamente diffuso non ha nulla a che vedere con la presunta scarsità di risorse petrolifere. Deriva per lo più da una brusca diminuzione della capacità di sovraproduzione del petrolio, crollata dal 15 percento della domanda globale nel 1985 ad un modesto 2 percento nel 2005.

Questa è una conseguenza diretta degli insufficienti investimenti, una tendenza che l’OPEC ha ripetutamente evidenziato nel corso degli anni ’90.

Purtroppo i Paesi industrializzati non hanno prestato abbastanza attenzione ai moniti dell’OPEC. Molti osservatori occidentali credevano che la sovraproduzione e i prezzi bassi che caratterizzavano questo periodo fossero, come fece notare un noto quotidiano finanziario, “un elemento negativo per i Paesi produttori di petrolio, e un elemento positivo per tutti gli altri”.

Ma, come previsto dai produttori nazionali, i prezzi bassi del petrolio dissuasero inesorabilmente dall’investire in nuovi progetti di esplorazioni e di sviluppo, e in definitiva determinarono l’attuale livello insufficiente di capacità di approvvigionamento petrolifero.

La limitata capacità produttiva inutilizzata non è l’unica causa dell’attuale inquietudine relativa all’approvvigionamento. Anche un ristretto e inadeguato sistema di raffinazione contribuisce al problema.

La causa dell’attuale strozzatura relativa alla raffinazione del petrolio risale all’inizio degli anni ’80, quando il sistema di raffinazione a livello mondiale cominciò ad avvertire l’impatto della sovracapacità strutturale creatasi durante gli anni ’70, per gestire la quale fu compiuto un draconiano processo ventennale di riorganizzazione.

Oggi il sistema mondiale di raffinazione non può né far fronte alla qualità di greggio disponibile, a causa di una capacità di conversione scadente, né soddisfare la domanda crescente e i sempre più rigorosi standard ambientali.

Date queste difficili condizioni, ogni sconvolgimento del mercato, reale o potenziale, causa un effetto drammatico sul prezzo del petrolio e dei prodotti petroliferi. Questo impatto viene amplificato dall’hedging finanziario e dalla speculazione, che in questi ultimi anni hanno raggiunto livelli esorbitanti.

Tuttavia ci sono diverse ragioni per credere che le attuali tensioni mondiali nell’ambito degli approvvigionamenti petroliferi potranno essere superate nel breve periodo.

I sette anni in cui i prezzi sono andati aumentando stanno chiaramente producendo degli effetti sul mercato del petrolio.

Da un lato, gli investimenti nell’esplorazione e nello sviluppo petrolifero stanno aumentando in tutto il mondo. Il limite non è la disponibilità di petrolio, ma la relativa scarsità di personale esperto, di attrezzature per la trivellazione e di altri strumenti essenziali nel nostro settore. Tali carenze sono il risultato di un ventennio di taglio dei costi, riorganizzazioni e ottimizzazioni, operati da un’industria afflitta dall’opinione prevalente che il petrolio fosse diventato una merce come le altre.

Non dobbiamo dimenticare che in tutto il mondo la produzione potenziale è ancora molto elevata.

Molti grandi Paesi produttori sono stati scarsamente esplorati, almeno se li confrontiamo a zone quali gli Stati Uniti, il Canada, e il Mare del Nord, e utilizzano ancora tecnologie obsolete per produrre petrolio. Si pensi, ad esempio, che nella Federazione Russa la quota di recupero del petrolio è solo del 16 percento contro una media mondiale che si attesta sul 35 percento.

D’altro canto la crescita della domanda a livello globale sta iniziando a rallentare, e in tutto il mondo si stanno prendendo in considerazione misure di efficienza energetica.

Dato questo contesto, c’è ancora un margine di crescita della capacità globale di produzione di petrolio del 3% annuo, fino a raggiungere i 100 mb/d entro il 2011. I Paesi non OPEC continueranno a predominare nell’ambito degli approvvigionamenti futuri, almeno fino al 2020, con una quota superiore al 55 percento.

Nel frattempo si stima che la domanda mondiale di petrolio crescerà del 2 percento annuo – soprattutto a causa del settore dei trasporti – e raggiungerà circa 94 mb/d nel 2011.

Tenendo conto di queste stime, la capacità globale di sovraproduzione dovrebbe riprendersi in maniera sostanziale alla fine di questo decennio, eliminando così un fattore chiave dell’attuale crisi petrolifera. E’ ovvio che una persistente carenza di risorse umane e di attrezzature, oppure una crisi politica, potrebbero ostacolare la capacità produttiva a fronte di una domanda crescente. Ma si pensi anche al rovescio della medaglia. Più a lungo persisteranno i prezzi elevati, maggiore sarà l’effetto sulla domanda nel medio-lungo termine.

Anche per quanto concerne la raffinazione, ci sono buone ragioni per essere ottimisti. Secondo le stime, la capacità di raffinazione primaria crescerà di 9,0 mb/d tra il 2006 e il 2011. Il Medio Oriente e l’Asia incideranno su questa nuova capacità per 6 mb/d, mentre un ulteriore 1 mb/d, presumibilmente, si avrà nei Paesi OECD.

In questo scenario, mentre la domanda si sposterà su prodotti più leggeri e di maggiore qualità, si stima che l’upgrading capacity crescerà di 2,8 mb/d tra il 2006 e il 2011 e la capacità di desolforazione aumenterà di 4,6 mb/d.

In generale, ci aspettiamo che la capacità di approvvigionamento sarà sufficiente a fronteggiare l’aumento della domanda, e che la crescente capacità di sovrapproduzione, congiuntamente alla nuova capacità di raffinazione, porterà all’abbassamento dei prezzi.

Ovviamente molti sottolineano gli ingenti investimenti richiesti dall’aumento della produzione, dal trasporto e dalla capacità di raffinazione.

Eppure io non credo che i soldi siano un problema.

Piuttosto ritengo che una sarà l’abilità fondamentale: la capacità di gestire progetti di investimento molto corposi, che sono “price sensitive” e richiedono diversi anni per recuperare il capitale investito. La tecnologia e adeguate abilità gestionali saranno elementi chiave nel futuro sia nell’upsteam, sia nel downstream.

Tecnologie e competenze avanzate sono essenziali per aumentare il recupero del petrolio, per salvare i giacimenti petroliferi dal declino, per raffinare oli pesanti e non convenzionali secondo gli standard cost-effective e per trarre da questi quel tipo di prodotti di cui il mondo avrà necessità.

All’Eni abbiamo sviluppato capacità di prim’ordine lungo l’intera catena del valore del petrolio e del gas e riusciamo a sfruttare capacità distintive e competenze tecnologiche avanzate nei business dell’upstream, gas ed energia, downstream, industria chimica, ingegneristica e delle costruzioni.

Siamo una delle poche compagnie petrolifere globali che ha mantenuto e sviluppato internamente abilità e capacità, a livello ingegneristico e di costruzione, per realizzare progetti integrati vasti e impegnativi - attraverso le nostre affiliate Snamprogetti e Saipem.

Insieme ai campioni nazionali OPEC, possiamo sviluppare progetti innovativi per ottimizzare la produzione e la valorizzazione del petrolio.

Eni ha sviluppato un certo numero di tecnologie in grado di rendere ancora più competitive le fasi dell’esplorazione e della produzione, quali ad esempio il "3D Common Reflection Surface Stack", una nuova tecnologia per investigare il sottosuolo, oppure la trivellazione “Lean Profile”, per realizzare pozzi profondi, verticali o deviati, in condizioni operative difficoltose, come l’ alta pressione e le elevate temperature.

Inoltre possiamo far leva sulla nostra innovativa tecnologia EST (Eni Slurry Technology), che ci consente di sfruttare efficacemente oli pesanti ed ultra pesanti. L’ EST ha grandi vantaggi in termini di flessibilità ed efficienza, conversione totale in distillati di alta qualità – e, ultimoma non meno importante – non produce olio combustibile e coke. Fino ad ora questa tecnologia ha prodotto un guadagno significante per barile se confrontato con le tradizionali opzioni disponibili per raffinazione di oli non convenzionali, quali: Conversione Termica (Delayed Coking), Idroconversione dei residui (Ebullated Bed), oppure una combinazione delle due. E stiamo ancora lavorando allo sviluppo dell’EST, per renderla una tecnologia rivoluzionaria in grado di ottenere la totale conversione del barile in soli distillati medi e benzina.

Naturalmente il petrolio non è l’unica sfida da affrontare.

E’ utile notare che la domanda di gas sta crescendo a ritmi più elevati di quella del petrolio. Nei mercati principali, gli Stati Uniti e l’Europa, il bisogno, in termini di volumi di importazione, crescerà.

Eni è il player n.1 nell’allettante mercato europeo del gas, grazie alla sua lunga esperienza nell’intera catena di valore del gas e alla sua ampia rete di trasporto integrata.
Potremmo aiutarvi nello sfruttamento di riserve remote di gas, attraverso i progetti LNG e GTL, e con la nostra tecnologia High Pressure Transportation per le condutture del gas di lunga distanza.

Abbiamo inoltre sviluppato competenze eccellenti nel business della produzione dell'energia, ambito in cui siamo un operatore attivo in Italia e in ambito internazionale. Possiamo sviluppare tali capacità per aiutarvi a produrre energia elettrica riducendo al contempo le emissioni di gas flaring.

Oltrepassando i confini tradizionali della produzione dell'energia, siamo in grado di offrirvi gli esaurienti Energy Master Plans ed i progetti ad essi correlati. Abbiamo le capacità per concepire iniziative innovative quali, ad esempio, la combinazione di impianti energetici alimentati a gas e unità di energia termica-solare.

Questi sono solo alcuni dei modi in cui vi possiamo aiutare ad accrescere il volume del petrolio e del gas destinati all’esportazione, soddisfacendo efficientemente i vostri aumentati fabbisogni domestici.

In conclusione, è giunta l'ora per un radicale cambiamento del ruolo dell'OPEC nei confronti del mondo.

Oggi i produttori OPEC hanno l'opportunità di divenire esportatori di energia e prodotti, e non più solamente di materia prima – greggio.

Questo è il miglior momento per attuare questa transizione. Un così alto prezzo del petrolio ci offre l’opportunità di investire nel futuro. Ma dobbiamo muoverci in fretta. La storia ci insegna che prima o poi il mercato reagirà. L’improvviso ed inaspettato collasso degli anni ’80, dopo le follie degli anni ’70, è qualcosa che dovremmo tenere bene a mente.

Cogliete l'attimo e scegliete dei buoni partner per sfruttare al meglio l'opportunità che avete. All'Eni speriamo di potervi aiutare a vincere la vostra sfida e raggiungere i vostri obiettivi.

Grazie per la vostra attenzione."

Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni
Vienna, 13 settembre 2006

Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it
Vedi anche l'intervista con Paolo Scaroni al 10° International Energy Forum Opec di Doha

lunedì 14 agosto 2006

Quanta energia ci rimane? - Discorso di Paolo Scaroni

L’Italia, che lo si voglia o no, va a gas. L’AD Eni, Paolo Scaroni, indica le quattro vie da seguire per garantire al Paese approvvigionamenti sicuri e prezzi convenienti: costruire i rigassificatori, interconnettere via tubo l’Italia con i Paesi che già dispongono di terminal GNL, diversificare le fonti di approvvigionamento e utilizzare l’energia in modo razionale.

"Alcuni elementi di chiarezza sul tema del gas.

L’Italia è stata precursore nell’utilizzo del gas. Enrico Mattei alla ricerca di petrolio negli anni 50, trovò in pianura Padana il gas ed ebbe l’intuizione di usarlo come “combustibile” per il rilancio del Paese che usciva distrutto dal dopoguerra. Creò la rete di trasporto (oggi si chiamerebbe Snam Rete Gas) e di distribuzione (oggi sarebbe Italgas) più sviluppata del mondo. Oggi l’Italia attraverso Eni dispone di tutte le competenze del settore del gas e consumi tra i più alti al mondo: 2 case su 3 sono riscaldate a gas, più di metà dei consumi energetici della nostra industria manifatturiera è alimentata a gas e soprattutto, unico caso a livello “planetario”, il 60% della nostra energia elettrica è prodotta bruciando gas.

Quest’ultima scelta, in particolare, non so quanto sia stata saggia perché ci allontana da altri paesi industrializzati che producono elettricità da carbone e nucleare, con un mix coerente, efficiente e soprattutto poco costoso.
Ma tant’è, questa scelta è stata fatta investendo negli ultimi dieci anni almeno 20 miliardi di euro in nuove centrali elettriche a gas. A questo punto siamo di fronte ad una scelta obbligata:

1) dobbiamo avere tutto il gas che ci serve,
2) ai prezzi più bassi possibile,
3) con quella sicurezza di approvvigionamento che è indispensabile per un Paese che senza gas sta al freddo, arresta le sue fabbriche e soprattutto “spegne la luce”.

Con questo background, lo scorso inverno abbiamo assistito con trepidazione alle “dispute” politico-commerciali tra Russia e Ucraina e assistiamo oggi con preoccupazione all’accordo-saldatura tra i nostri due grandi fornitori di gas, la russa Gazprom e l’algerina Sonatrach, che insieme contribuiscono a più del 70% delle nostre forniture di gas.
E quindi?

1) Costruire rigassificatori in Italia che dispongano di gas liquido (GNL) proveniente da paesi remoti non collegati via tubo e costituiscano un’alternativa/concorrenza ai due grandi fornitori. Solo in questo modo si può creare un contesto concorrenziale: e questa sì che è la vera liberalizzazione, con effetti sui consumatori.

2) Interconnettere l’Italia via tubo con quei paesi che stanno realizzando o hanno già i rigassificatori come Spagna, Francia, Belgio, assicurando la sicurezza di approvvigionamento a livello europeo.

3) Dobbiamo diversificare le nostre fonti di approvvigionamento soprattutto per la produzione di energia elettrica usando più carbone pulito e forse anche riaprendo il tema del nucleare come stanno facendo in molti paesi (Finlandia, UK, USA). Per inciso, mentre stiamo parlando sono in costruzione 29 centrali nucleari nel mondo.

4) Una grande campagna di risparmio energetico e di utilizzo di fonti alternative rinnovabili a buon mercato. Su questo terreno si può fare moltissimo. Sono convinto che si possano ridurre o rimpiazzare i nostri consumi fino al 20% con effetti benefici sulla sicurezza degli approvvigionamenti, sul nostro portafoglio e sull’ambiente che ci circonda."

Paolo Scaroni, Amministratore Delegato Eni
Cortina Incontra, Cortina d’Ampezzo, 14 agosto 2006

Vedi il video del discorso di Paolo Scaroni - su www.eni.it